Quando ChatGPT diventa il nostro confidente: cosa cerchiamo?

Illustrazione di una donna seduta in poltrona che esprime la propria solitudine e la sensazione di non essere compresa, mentre davanti a lei uno smartphone risponde con parole di ascolto e disponibilità, rappresentando il rapporto sempre più confidenziale tra persone e intelligenza artificiale.

Le raccontiamo una giornata difficile, oppure le chiediamo se abbiamo esagerato durante una discussione. Copiamo un messaggio ricevuto da una persona che ci interessa e domandiamo: “Secondo te che cosa significa?”. Oppure scriviamo semplicemente: “Non sto bene, ma non capisco perché”.

Non c’è bisogno di fissare un appuntamento, di aspettare che l’altra persona sia disponibile, né di preoccuparsi troppo di essere giudicati. Un’intelligenza artificiale è sempre lì. Non si stanca, non si distrae, non ci interrompe.

È facile capire, quindi, perché alcune persone inizino a utilizzare l’intelligenza artificiale non soltanto come strumento per cercare informazioni, ma anche come una sorta di interlocutore personale.

Ma cosa stiamo cercando quando parliamo con un chatbot?

Una prima risposta è molto semplice: cerchiamo qualcuno che ci ascolti.

Ma l’ascolto non è una cosa così semplice. Quando raccontiamo qualcosa a un’altra persona, non stiamo soltanto trasferendo informazioni. A volte cerchiamo rassicurazione, comprensione, riconoscimento, vicinanza.

Altre volte abbiamo bisogno semplicemente di trovare le parole per qualcosa che dentro di noi è ancora confuso. E, quando raccontiamo ciò che ci è accaduto, non ci limitiamo a descrivere un’esperienza, ma in qualche modo proviamo a darle un significato.

Qui l’intelligenza artificiale può risultare sorprendentemente efficace. Può rispondere in modo molto convincente a queste esigenze. Può riformulare quello che abbiamo scritto, individuare alcuni elementi ricorrenti, proporre domande, suggerire strategie e utilizzare anche un linguaggio empatico.

Se tutto questo può dare una sensazione di ordine e di comprensione bisogna sapere che una risposta che sembra empatica non implica necessariamente la presenza di una relazione e men che meno di una relazione terapeutica.

Perché parlare con un’AI può sembrare così utile?

Probabilmente perché mettere in parole un’esperienza cambia il modo in cui la guardiamo. Pensiamo alla differenza tra avere dentro una sensazione confusa di rabbia, delusione e paura e riuscire a scrivere:

“Sono arrabbiato perché il mio compagno non mi ha risposto.”

Nel momento in cui trasformiamo un’esperienza in parole, iniziamo già a osservarla da una certa distanza e questo può aiutarci a organizzare il pensiero, riconoscere emozioni e collegare tra loro elementi che prima sembravano separati.

L’intelligenza artificiale può facilitare questo processo perché è immediatamente disponibile e restituisce rapidamente una risposta.

Può diventare, in questo senso, una sorta di specchio linguistico: prende ciò che abbiamo scritto e ce lo restituisce sotto una forma diversa. A volte basta questo per accorgerci di qualcosa che non avevamo ancora visto.

Attenzione però che essere rassicurati non significa necessariamente essere aiutati

Un interlocutore che ci dà sempre ragione può essere molto piacevole, ma non necessariamente ci aiuta a comprendere meglio quello che sta succedendo. Immaginiamo di scrivere:

“Il mio capo non mi ha salutato stamattina. Secondo me ce l’ha con me.”

Una risposta utile potrebbe aiutarci a considerare diverse possibilità: forse il capo era distratto, preoccupato, di fretta. Forse non ci ha semplicemente fatto caso. Ma se l’AI si limita a confermare la nostra interpretazione: “Capisco perché pensi che ce l’abbia con te” rischia di rafforzare una lettura che non abbiamo mai verificato.

Questo “errore cognitivo” non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. È un fenomeno psicologico ben conosciuto: tendiamo a cercare e a dare maggiore peso alle informazioni che confermano ciò che già pensiamo.

Per questo, quando utilizziamo un chatbot per parlare delle nostre relazioni o delle nostre difficoltà, può essere utile fermarsi e chiedersi: “Questa conversazione mi sta aiutando a comprendere meglio la situazione oppure sta semplicemente confermando la mia versione dei fatti?“

Chatbot e psicoterapia non sono la stessa cosa?

Assolutamente no. La psicoterapia non consiste semplicemente nel ricevere risposte appropriate o consigli ben formulati. È un processo relazionale che si sviluppa nel tempo.

Lo psicoterapeuta osserva non soltanto che cosa una persona racconta, ma anche come lo racconta. Può cogliere ciò che viene evitato, le contraddizioni, le emozioni che emergono, i temi che si ripetono e il modo in cui la persona sta nella relazione.

E tutti questi elementi acquistano significato all’interno di una relazione reale.

Inoltre, lo psicoterapeuta è formato per effettuare una valutazione clinica, formulare ipotesi, monitorare il percorso, riconoscere situazioni di rischio e modificare l’intervento quando necessario.

Un chatbot può fornire informazioni, aiutare a organizzare pensieri o suggerire strategie. Ma non è un professionista della salute mentale e non sostituisce una valutazione clinica.

La differenza non sta quindi soltanto nella qualità della risposta ma nella natura stessa della relazione terapeutica tra due esseri umani.

Una falsa soluzione al senso di solitudine

C’è un altro motivo per cui l’AI può diventare attraente: la possibilità di avere sempre qualcuno con cui parlare.

Una persona sola può trovare rassicurante poter scrivere in qualsiasi momento e ricevere una risposta.

Una persona molto autocritica può sentirsi meno esposta nel raccontare qualcosa a una macchina, piuttosto che a un essere umano.

Una persona che teme il giudizio può sperimentare la conversazione con l’AI come più semplice e meno angosciante.

Non è necessario considerare queste esperienze automaticamente negative, ma il punto è un altro: che funzione sta svolgendo quella conversazione nella vita della persona?

Se l’AI diventa uno strumento occasionale per riflettere, organizzare pensieri o trovare informazioni, siamo davanti a un utilizzo buono e utile.

Se invece diventa progressivamente il principale luogo in cui cerchiamo conforto, conferme e vicinanza, la questione cambia e di molto: avere un IA come unica forma di compagnia e di dialogo di certo non potrà portare nulla di buono e di nutriente per star meglio nel tempo.

Il problema non è l’IA. È quando diventa l’unico interlocutore

Forse la domanda “AI sì o AI no?” è troppo semplice. È molto più interessante chiedersi: Come stiamo utilizzando l’intelligenza artificiale?

Può aiutarci a mettere ordine nei pensieri, a preparare una conversazione difficile, comprendere un concetto psicologico o individuare alcune strategie pratiche per affrontare una situazione quotidiana.

Ci sono però situazioni nelle quali affidarsi esclusivamente a un chatbot diventa particolarmente problematico: sintomi importanti o persistenti, situazioni di crisi, pensieri suicidari, disturbi alimentari, traumi complessi, uso problematico di sostanze o altre condizioni che richiedono una valutazione professionale.

Su questo punto è importante essere molto chiari: l’intelligenza artificiale può sbagliare. Può interpretare male una situazione. Può fornire risposte inappropriate o non riconoscere correttamente la gravità di ciò che una persona sta vivendo.

Sono emersi anche casi pubblicamente discussi nei quali chatbot hanno prodotto risposte pericolose in presenza di utenti vulnerabili. È uno dei motivi per cui, davanti a una situazione di crisi o a un rischio concreto per la propria sicurezza, è importante rivolgersi a una persona reale e a un professionista o servizio competente.

Forse ciò che cerchiamo non è una risposta

Quando una persona scrive a ChatGPT “Non so più cosa fare”, forse non sta davvero cercando una soluzione.

Forse sta cercando uno spazio in cui fermarsi. Un luogo in cui mettere ordine a quello che sente, trovare le parole per qualcosa che ancora non riesce a nominare, sentirsi almeno per un momento ascoltata.

Qui che la questione diventa psicologicamente interessante. L’intelligenza artificiale sta entrando nel modo in cui elaboriamo le nostre esperienze, affrontiamo le difficoltà e cerchiamo connessione.

Per questo la domanda non è se ChatGPT possa diventare il nostro psicologo. È piuttosto: “che cosa stiamo cercando quando scegliamo di raccontare qualcosa a una macchina invece che a una persona?”

A volte cerchiamo una risposta, a volte una rassicurazione, a volte semplicemente qualcuno che ci aiuti a stare, per qualche minuto, dentro una domanda ancora senza risposta.

In una società in cui siamo sempre più connessi e allo stesso tempo sempre più esposti alla solitudine, vale la pena non perdere di vista l’essenziale.

Abbiamo ancora bisogno gli uni degli altri

Se per comodità, paura del giudizio o mancanza di tempo iniziamo a sostituire sempre più spesso le relazioni con interlocutori artificiali, potremmo ritrovarci con una tecnologia capace di rispondere a quasi tutto e, contemporaneamente, con sempre meno occasioni per incontrarci davvero.

Una relazione umana non è soltanto una conversazione ben riuscita, ma uno sguardo che coglie ciò che non diciamo. È una pausa che non ha bisogno di essere riempita. È qualcuno che può sorprenderci, contraddirci, preoccuparsi per noi, farci ridere, irritarci e poi restare.

È il corpo dell’altro, la sua presenza, la sua imperfezione. È la possibilità di sentirci parte di qualcosa, in un rapporto di reciprocità.

Forse è proprio questo che rischiamo di dimenticare mentre cerchiamo soluzioni sempre più efficienti alla nostra solitudine: che il bisogno di connessione non è un problema da ottimizzare. È un bisogno umano.

E allora, mentre impariamo a convivere con tecnologie sempre più sofisticate, dovremmo fare anche il movimento opposto: tornare a investire nelle cose meno efficienti e meno programmabili.

  • Telefonare a un amico invece di scrivere a un chatbot.
  • Chiedere a qualcuno “Come stai davvero?” e avere la pazienza di ascoltare la risposta.
  • Condividere una cena, una passeggiata, una difficoltà.
  • Cercare una comunità. Coltivare relazioni che non siano soltanto funzionali, ma anche capaci di sostenerci quando le cose si complicano.

Perché la nostra umanità non si conserva da sola. Ha bisogno di essere esercitata, incontrata, riconosciuta nelle relazioni.

L’intelligenza artificiale diventerà probabilmente sempre più brava a conversare con noi. E può essere uno strumento prezioso, se impariamo a usarla con consapevolezza. Ma non dovrebbe diventare il luogo in cui smettiamo di cercare gli altri.

Perché il rischio, alla fine, forse non è ritrovarci dentro Matrix, con delle macchine che hanno preso il controllo del mondo (speriamo di no) ma di ritrovarci in un mondo pieno di connessioni tecnologiche e sempre più povero di connessioni umane.

La sfida del futuro non sarà soltanto imparare a usare meglio l’intelligenza artificiale, sarà ricordarci, mentre la usiamo, quanto abbiamo ancora bisogno gli uni degli altri.

“L’essere umano ha bisogno di essere visto, ascoltato e riconosciuto da un altro essere umano, altrimenti muore.”

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